The New York Times

Scrittori come architetti

di Matteo Pericoli

I grandi architetti costruiscono strutture che possono farci sentire chiusi, liberati o sospesi. Ci guidano nello spazio, ci fanno rallentare, accelerare o fermare a contemplare. I grandi scrittori, nel concepire le loro strutture letterarie, fanno esattamente lo stesso.

Cosa succede allora quando chiediamo agli scrittori di cimentarsi con l’architettura? Nel “Laboratorio di architettura letteraria”, un corso che ho tenuto alla Scuola Holden, una scuola di scrittura creativa di Torino e anche, lo scorso semestre, al programma di scrittura M.F.A. della Columbia University School of the Arts (SOA) di New York, incoraggio gli studenti a trovare – o, piuttosto, a estrarre – e poi a costruire fisicamente l’architettura letteraria di un testo.

Ogni studente porta in classe un romanzo, un racconto o un saggio di cui conosce intimamente il funzionamento. Si parte dalla trama, dall’argomento o semplicemente da una sensazione che lo studente prova nei confronti del testo. Scomponiamo lo scritto nei suoi elementi più elementari e analizziamo il rapporto di ciascuna parte con la struttura complessiva, assicurandoci di evitare qualsiasi traduzione letterale del testo – per esempio, un edificio o un’ambientazione specifica.

The Falls by George Saunders | Project by Javier Fuentes

L’esercizio è un processo di riduzione. In architettura, una volta tolta la pelle – il “linguaggio” delle pareti, dei soffitti e delle lastre – tutto ciò che rimane è lo spazio puro. Nella scrittura, una volta eliminato il linguaggio stesso, le parole vere e proprie, cosa rimane? Così lavoriamo anche verso le domande che gli architetti, consapevolmente o meno, devono sempre affrontare: come si progetta e si costruisce usando il vuoto come materiale da costruzione? Come percepiamo lo spazio? E che effetto ha su di noi?

Una volta che gli studenti di scrittura creativa hanno un’idea per le loro strutture, collaborano con gli studenti di architettura per costruire modelli in 3D. Questo momento ha sempre un che di magico: due studenti di discipline molto diverse che si incontrano, che ora condividono un linguaggio comune, che sanno esattamente dove incontrarsi e perché. Si discute di relazioni spaziali, ripetizione, riflessione, sequenza, trasparenza, tensione, ritmo, cronologia e così via. Ogni domanda architettonica trova risposta in un punto di vista letterario; ogni questione letteraria è affrontata da un’idea spaziale. Non c’è spazio per mosse arbitrarie.

Concerning the Bodyguard by Donald Barthelme | Project by Olivia Tun

Per una persona che ha esercitato la professione di architetto, ma che ha trascorso gran parte della sua vita disegnando, leggendo e, occasionalmente, scrivendo, è per me un grande piacere vedere gli studenti progredire dall’avvicinarsi nervosamente ai primi momenti del corso, quando cartone, forbici e colla si trovano ordinatamente intatti, all’essere in grado non solo di ricavare il tangibile dall’intangibile, ma anche di padroneggiare decisioni progettuali altamente sofisticate. Per gli studenti di scrittura, essere in grado di pensare senza parole alla letteratura, almeno una volta, può essere rivelatore, liberatorio e persino potenziante.

Pubblicato il 3 agosto 2013, The New York Times
http://opinionator.blogs.nytimes.com/2013/08/03/writers-as-architects